I conti correnti, come si sa, non rendono ormai nulla e, in generale sembra davvero eccessivo il carico fiscale e le commissioni richieste sul poco che le famiglie italiane investono oggi in titoli finanziari.

Risparmi e rendimenti dopo la cesoia di spese e tasse applicate, sono risicati davvero all'osso. Prendiamo per esempio, il caso di un investimento di 10 mila euro in BoT e Btp per un anno, ciò che ne resta del 60-70% del rendimento (pari a circa 2-3% lordo) se ne va tra tasse e spese. Neppure se il capitale è un po' più cospicuo, per esempio, 25 mila euro che decido di investire in azioni, il rendimento del 4-5% dato da capital gain e dai dividendi, viene mangiato da Fisco e spese: se ne va il 67%.

Una recente ricerca dell'Università Bocconi ha testato tre tipi di investimento. Iniziando dalle commissioni bancarie, sono stati analizzati i dati della trasparenza di sei banche nazionali, considerando le operazioni allo sportello. Si tratta quindi di una foto dei costi più elevati che si possono trovare sul mercato: utilizzando l'home banking di queste stesse banche o i broker online le condizioni per chi acquista, tiene e vende titoli possono ridursi sensibilmente.

Con le novità 2012, il fronte fiscale è comparso più che mai agguerrito. Infatti, oltre alle nuove aliquote del 12,5% sui titoli di Stato e del 20% sulle azioni, e all'imposta di bollo, c'è anche il calcolo di un'ipoteca Tobin tax (tassa sulle transazioni finanziarie Ue) dello 0,05% che non agevola. Oltrettutto, i piccoli patrimoni con minimo stabilito di 34,20 euro, sono penalizzati anche dalla mini-patrimoniale sulla rendicontazione annuale (pari all'1,5 per mille sul valore dei portafogli a partire dal 2013) che rende molto più pesante l'incidenza del contributo nel caso di controvalori bassi.

Ipotizzando un investimento di 10 mila euro in Bot annuali al 2% lordo, si deve dare al Fisco 25 euro per l'aliquota, 34,20 di imposta di bollo ed altri 5 euro di Tobin tax. Quindi su un guadagno di 200 euro, si può dire che il 32% finisce in tasse, il 25% va alla banca per l'apertura del conto titoli (20 euro in media) più la compravendita (se la commissione fissa è dello 0,3%, è pari a 30 euro), e all'investitore resta il 42% dell'investimento, che in questo caso sarebbe di 85 euro sui 200 iniziali.

Facendo una seconda ipotesi di 10 mila euro in Btp con un rendimento del 3% lordo (cedola e capital gain), si realizza un guadagno di 300 euro. Di questi 37,50 euro vanno al Fisco (27%), 34,20 sono d'imposta di bollo e circa 10 vanno in Tobin tax (42%). Resta così solo il 30% all'investitore, ovvero 91 euro.

Terza ipotesi, è il caso del risparmiatore che investe di più, ovvero, 25 mila euro in borsa. Diciamo che riesce a realizzare il 4,5% di ritorno sugli investimenti, pari a 1.125 euro tra dividenti e rivalutazione del titolo. Di questi, 225 euro vanno al Fisco con ritenuta 20%, 38 euro sono di imposta di bollo e 25 di Tobin tax. Il bilancio finale netto è di 372 euro.

Il risultato è stato schiacciante per il piccolissimo risparmiatore, cioè quello con un portafoglio fatto di poche decina di migliaia di euro, che rischia di soccombere per eccessivi carichi su commissioni e Fisco. Senza un qualche tipo di proporzionalità, si corre il rischio di peggiorare davvero le cose. Tenendo poi conto che l'80% dei sei milioni di titolari di fondi comuni possiede quote per controvalori inferiori a 30 mila euro, si può immaginare come questo meccanismo vada a sfavorire davvero le famiglie con piccoli risparmi.