Ha fatto molto discutere nei giorni scorsi l'affermazione pubblica del ministro Cancellieri sulla non priorità della lotta al grave fenomeno della corruzione nel nostro Paese.

Eppure il modo in cui la corruzione in Italia invada ormai ogni settore della vita pubblica, manifestandosi in maniera capillare, sistemica e diffusa, dovrebbe essere tristemente noto a tutti. Così come abbastanza chiaro dovrebbe risultare che la corruzione è un problema legato non soltanto all'etica pubblica, ma anche all'economia e ai conti: disfunzioni istituzionali e dinamiche economiche sono infatti inevitabilmente legate. Guardiamo brevemente e più da vicino quanto il ricorso storico e sistematico alle pratiche corruttive costa davvero al nostro Paese.

Secondo una stima approssimativa (per non dire fantasiosa) effettuata dalla Corte dei Conti, la corruzione ci costerebbe circa 60 miliardi di euro l'anno. Al di là del dato puramente sensazionalistico, la corruzione produce degli effetti negativi di notevole entità sullo sviluppo economico, e non solo, del nostro Paese. Questi costi possono essere distinti in diretti (tangibili, misurabili, più strettamente economici) e indiretti (intangibili, non direttamente misurabili, ma non per questo meno pericolosi: sono i costi socio-istituzionali, culturali, ambientali).

Spesso diventa complicato distinguere le cause dagli effetti della corruzione: le cause, dirette e indirette, producono quegli effetti negativi che, a loro volta, creano le condizioni per nuovi comportamenti corruttivi, generando un circolo vizioso difficile da estinguere. Per quanto riguarda i costi economici, la corruzione diffusa e sistemica influisce in maniera negativa direttamente sulla crescita economica e sui processi di redistribuzione della produzione interna di un paese: danneggia la competitività delle imprese sui mercati internazionali, distorce il meccanismo della concorrenza dei mercati e dell'allocazione efficiente delle risorse pubbliche, scoraggia gli investimenti diretti esteri e inasprisce le disuguaglianze sociali; provoca una lievitazione dei costi delle opere pubbliche fino al 40% in più.

Dal punto di vista dei costi indiretti, l'adozione sistematica di pratiche corruttive agisce negativamente soprattutto a livello di sviluppo umano e di beni comuni: essa influenza, infatti, le decisioni di spesa pubblica, spingendo i governatori a destinare le risorse pubbliche verso attività improduttive o in settori in cui è più facile realizzare extraprofitti illegali (dove c'è, quindi, maggiore concentrazione di potere economico e politico). Ne consegue che settori come la sanità, l'istruzione e la ricerca si vedano spesso tagliati i fondi dai governi più corrotti: ecco perché a pagare il prezzo salato della corruzione sono soltanto le fasce più deboli della società.

A livello istituzionale gli effetti si riflettono negativamente sulla qualità della governance, dei servizi pubblici erogati e funzionamento degli apparati pubblici. Da non trascurare è poi il modo in cui la corruzione diffusa contribuisca alla crisi di consenso, credibilità e fiducia da parte dei cittadini nei confronti delle proprie istituzioni, minando alle basi della democraticità del paese. Questi effetti, seppure non misurabili né direttamente né indirettamente, non sono meno importanti di quelli economici, in quanto si riflettono nella stessa struttura e qualità dello Stato di diritto.

Sarà sufficiente tutto questo al ministro Cancellieri e ai nostri politici per fare (finalmente) della lotta alla corruzione una priorità?